domenica 6 luglio 2008

PACCHE E BACETTI

Tornando a casa ieri sera, verso le undici, sull’autobus strapieno di ragazzi che andavano a fare festa da qualche parte, mi è balenato un pensiero.
Ma quand’è che abbiamo cominciato a baciarci invece di stringerci la mano?
Ormai tutti ci si saluta solo con abbracci e bacetti, pacche e abbracci o vigorose strette di polsi ma solo con l’intento di attirare l’altro a sé per poterlo baciare. Insomma, una volta gli uomini si salutavano con vigorose strette di mano si guardavano negli occhi, gli amici si salutavano più confidenzialmente con una manata sulla spalla e un ‘a frocio… ‘i mortacci tua!, ma soprattutto passava del tempo prima di certe confidenze.

Tu conosci uno, lo stai vedendo per la prima volta ed entrambi, molto garbatamente, si tende la mano per salutare nel presentarsi. Ecco, la seconda volta che vi incontrate siete ormai compagni d’armi e di bevute, vecchi amici che si ritrovano dopo un tempo dilatato dai ricordi, non siete più due uomini che si salutano. L’altro vi guarderà con uno sguardo come a dire ma come, non mi abbracci? E vi tirerà a sé.
Perché se voi provate solo a stringere la mano, l’altro tira.

Io ci tengo alle tradizioni ma non sono un conservatore.
Mi piace conservare le tradizioni, ma sono anche un goliardico scopritore di novità.
Mi dispiace di morire, ma son contento.
Mi piace invece evolvermi anche negli usi e costumi, altrimenti starei ancora col telefono a disco a casa, ma mi piace anche ricordare e tenere in considerazione quel che del passato è bello.
Comunque, dunque, però, tecnologia e nostalgia a parte, tornando all’argomento del mio pensiero, mi chiedo, di nuovo: quand'è stato (quando!?!!!) tra noi, quelli della mia generazione, quand’è che abbiamo cominciato a baciarci ogni volta che ci incontriamo?
Ma, scusate se insisto, quandè che tutti abbiamo cominciato ad AVER BISOGNO di baciarci?
La cosa non mi dà fastidio, m’incuriosisce.
Non ho fatto attenzione al momento, al giorno di quell’anno che qualcosa andava cambiando e non ho memoria del salto. Però, forse, questa cosa la sto notando maggiormente da quando mi ha preso la fissa di leggere i libri di Valerio Massimo Manfredi.
Uno storico. Uno che nel vivere la sua passione e nel ricostruire i fatti del passato, ha scoperto che li sapeva raccontare in modo egregio e appassionante. Romani, Greci, Egiziani, abitanti del mediterraneo in generale vissuti tremila anni fa. Uomini vigorosi che combattevano e che davano all’amicizia e alla fedeltà un valore che noi non conosciamo più molto bene. Uomini da cui discendiamo, dei quali in qualche modo portiamo la memoria storica del carattere e delle imprese nei nostri geni. Ma sembra che sia un po’ out essere orgogliosi del proprio gene, fa un po’ fascista e un po’ nazista.
La razza è considerata materia di destra, il popolo è considerato materia di sinistra.
E infatti, ora che ci penso, chissà perché quelli di sinistra guardano sempre alle radici del pensiero e del popolo e non esaltano mai la persona. Non ho una cultura storica dei movimenti di pensiero che fondarono i partiti, nonché degli uomini che li misero in atto, ma immagino che se uno diceva “il popolo unito” l’altro non poteva dire la stessa cosa. L’individuo è diventato materia di studio.
Quindi, come faccio a dire che sono di sinistra, cioè pronto a lottare per il popolo e i suoi valori e i suoi vantaggi, quando poi sono pronto anche a dire che mi pare giusto valutare una persona in base ai suoi meriti personali? Al suo carattere?
Ma come al solito ho divagato. Che c’entra questo con i baci e gli abbracci?
Nulla, appunto. Ho divagato.

E il divagar m’è dolce, in questo mare di parole
naufrago e predone di mille pensieri e atti,
conscio di esser padre poi oltre che prole,
saggio e prodigo di consigli; noi tutti, ratti
nel soggiogar a noi le altrui meraviglie
per renderle, parimenti, nostre figlie.
Chi vuol esser di parte che lo sia
della ragion non v’è certezza
che, per quanto pura, certamente fantasia
di un sol uomo fu, di pensiero sua brezza.

Quindi non ci si illuda di trovar risposte
lungo l’impervia via che ci conduce all’Averno
ma, pazientando nel cercar, troveremo riposte
nell’animo emozioni che saran nostre in eterno.

Vi saluto.
Un bacio e un abbraccio a tutti.
'i mortacci vostra, aò!

Nessun commento:

Posta un commento

Cavalca l'onda inseme a me. Raccontami quello che vedi.