domenica 13 luglio 2008

GENERAZIONI

Cemto anni fa gli italiani, quelli più poveri, quelli più disperati e ignoranti, quelli che fuggivano in qualche modo da qualche cosa o qualcuno, magari la legge, magari un padre infuriato, magari una situazione senza speranza, quegli italiani, sbarcavano in America.
Nel corso del tempo quel grande paese è stato invaso da ogni razza e ogni tipo d'uomo (essere umano, quando dico uomo non intendo assolutamente dimenticare le donne, che in tutto questo hanno avuto il loro grande ruolo di perpetuare la specie) e ogni etnia ha preteso di imporre le sue ragioni, le sue religioni e il suo valore morale. Chi aveva più ricchezza e armi lo ha potuto fare a discapito di tutti gli altri, autoctoni compresi.
E così, dal 1500 al 1800, gli spagnoli, gli ingesi, gli olandesi e i tedeschi hanno colonozzitato quella grande terra.
Poi, alla fine del 1800, è cominciata l'esponenziale invasione degli italiani.
Questi si sono trovati di fronte un paese che offriva possibilità di ricchezza per tutti. Bastava rimboccarsi le maniche ed essere amico di qualcuno. Grandi sacrifici perchè almeno uno dei figli potesse studiare e grandi speranze perchè almeno una delle figlie sposasse qualche ricco americano.
Un po' come i rumeni, oggi, qui da noi.
Insomma, senza voler fare analisi che non mi competono, gli italiani, cento e passa anni fa, hanno invaso l'America. Esportando in quella terra tutta la forza e l'ingegno e la speranza che in Italia, gli italiani stessi, non riuscivano a radicare.In fondo la storia di molti popoli è simile, anche se vissuta in epoche diverse. Anche la nostra penisola e il popolo che l'abitava da sempre, quel popolo dalle nobili radici latine, sono stati invasi e violentati da ogni sorta di altra etnia, religione e cultura. Perdendo la memoria genetica di quella gloriosa razza.
Ma torniamo di nuovo con la mente in quell'America, dove una società certamente meno evoluta di quella odierna, ma altrettanto certamente più caparbia, accolse in sè tutta quella manod'opera a basso costo, che contribuì a costruire le città, le ferrovie e a rinforzare l'economia delle industrie americane e immaginiamo un dna ibrido che incontra un altro dna ibrido.
Da allora ad oggi, generazione dopo generazione, tutte quelle razze si sono unite per creare un terzo dna che ha portato alla luce centinaia di personaggi che hanno fatto la storia della cultura americana e che portano, immancabilmente, un cognome italiano.

Ora mi trovo di fronte ad un bivio, un ragionamento raddoppiato come un Giano Bifronte: tra 100 anni il dna italiano fuso con i dna dei popoli che lentamente ci stanno invadendo, porterà ad una generazione di grandi scenziati italiani con cognome italiano o ad una generazione di scenziati con un altro cognome?
La risposta sembra essere nel genoma latinorum.
Eppure il mio dubbio nasce da un postulato: quanti figli autoctoni nascono ogni anno a confronto con i figli dell'invasore?
Questa è una domanda che, posta oggi da italiano agli italiani, è valida anche se ci proiettassimo indietro nel tempo e ci raffigurassimo vestiti con un soprabito lungo, al central park, bombetta in testa mentre leggiamo il New York Times del 1910, sentendoci in tasca il rassicurante peso di un passaporto americano, sapendo di chiamarci Smith di cognome.

Intanto che cerco la risposta, raggiungo mia moglie in camera da letto.

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