Leggevo l’altro giorno [ndtdb: e io solo oggi] di quanti prodotti circolassero all’estero con nomi e marchi che, in modo più o meno sfacciato, riproducevano quelli nostri facendo uso di ingredienti la cui provenienza non è mai però italiana. Ma l’insidia alla genuinità dei nostri prodotti è divenuta ora più sotterranea perché sferrata nel nostro stesso Paese dove gli alimenti possono essere confezionati con quelli di provenienza straniera e non perché più buoni, ma solo in quanto più a buon mercato. Così la pizza in alcuni posti (per fortuna pochi) già non è più la “nostra” pizza.
Non sono più la mozzarella di bufala, il pomodoro San Marzano, l’olio extravergine campano, ma mozzarelle preparate con latte boliviano e sbiancate con la calce, pomodori cinesi semilavorati in succo pronto per l’uso, farina di carrube marocchina mischiata a quella nostrana.
Così mi sono immaginato la coppia di americani che, finalmente in pensione, ha deciso di regalarsi il tanto agognato viaggio in Italia e, ignari della possibile sofisticazione alimentare, assaggi la mille volte decantata pizza italiana.
Mi prefiguro la mangino pensando a quanto sia saporita e filante la mozzarella e che profumo meraviglioso abbia quel pomodoro così ben amalgamato alla pasta croccante.
E mi immagino che la moglie faccia chiamare al tavolo il pizzaiolo per congratularsi con lui e gli chieda: «Complimenti per la pizza, figliolo. Come ti chiami?» e quello risponda, «Abdul Terek Mohammed, signora».
Maurizio Barbarisi - EPOLIS - 10 Dicembre 2007
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